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Sport, maestro di Vita: il Maggiore Rachedi, ex Atletica Livorno, in prima linea contro il virus

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L’abitudine a lottare e stringere i denti in allenamento, per vincere in pista, si fa merce preziosa anche e soprattutto quando in palio non c’è una semplice medaglia. Bensì, il valore più alto in assoluto: la Vita. Per sintetizzare l’importanza che l’etica sportiva di un atleta può acquisire anche fuori dal mero contesto agonsitico, è esemplare la storia di Nadir Rachedi, ex mezzofondista di ottimo spessore tesserato per l’Atletica Livorno e oggi Maggiore dell’Esercito, nonché medico chirurgo schierato in ‘prima linea’ tra gli ospedali di Lodi e Bergamo per salvare i pazienti affetti da Coronavirus

In una recentissima intervista concessa a Le Iene (QUI IL VIDEO) in TV e ripresa (ampliata) da Il Corriere della Sera online, il Maggiore selezionato tra i 70 dottori e 50 sanitari inviati dalle Forze Armate per dare man forte alle strutture ospedaliere messe più a dura prova dall’emergenza pandemica,  ha raccontato: 

“L’impatto con le terapie intensive è stato duro, ma è un onore aiutare chi lotta contro il coronavirus. Sono a Lodi, dove il ministero della Difesa ha attivato la sanità militare.

Sono stato prima nella bergamasca e poi sono stato trasferito a Lodi, perché qui in terapia intensiva c’era maggiore necessità di anestesisti e rianimatori.

La situazione è molto complicata, per noi è motivo di orgoglio supportare i colleghi di Lodi, che da almeno un mese stanno facendo un lavoro incredibile, senza sosta. Sono un grande esempio per tutti”.

Dalle lotte in pista con la maglia biancoverde a quelle in corsia col camice bianco contro il coronavirus. Facciamo una…

Pubblicato da Atletica Livorno su Lunedì 16 marzo 2020

Una testimonianza di spessore quella del militare 40enne, lontano dalla famiglia e padre di tre bambini piccoli (Il primogenito ha tre anni, il secondo ventidue mesi, e uno nato da appena due mesi), anche alla luce delle precedenti esperienze in territori di guerra già vissute con le missioni militari in Libia, Libano e Afghanistan (ben cinque volte). Senza contare il‘primo assaggio’ nel faccia a faccia con il virus, avuto con la missione in quel di Wuhan per il rimpatrio in Italia del 17enne Niccolò dalla Cina. 

“Mi aspettavo una situazione complicata, ma viverla è stato diverso: lì ho capito la necessità di dover far stare tutti a casa. Tutti noi contribuiamo al funzionamento del sistema sanitario e oggi rimanere a casa è un gesto di altissima democrazia.

Tutti stiamo contribuendo attivamente, non solo in ambito sanitario ma anche con le operazioni come Strade sicure. Inoltre garantiamo la continuità territoriale laddove magari i medici di medicina generale si sono ammalati.

Abbiamo anche terminato di allestire un ospedale da campo. Siamo davvero in prima linea. Siamo abituati a lavorare in ambiente “ostile” e ad adattarci, una dote che in questa situazione è stata fondamentale: essere militari ci ha aiutato.

Qui ho avvertito una grandissima solidarietà, tra gli striscioni appesi un po’ ovunque a incoraggiare i medici e le pizze che alla sera arrivano per sfamare il personale, che magari per tre o quattro giorni non stacca e non torna a casa dalle famiglie.

Tutto questo mi ha inorgoglito tantissimo”.

“Lodi? Giornate e nottate ancora dure. Non c’è sosta, a Lodi. Malati che si aggravano, decessi… Ma fuori c’è una comunità ammirevole. Non pensi che voglia essere retorico, sono un anestetista rianimatore, sono abituato a star dentro la realtà dei fatti, per quelli che sono i miei limiti… Ed ecco, a Lodi sto rivedendo le stesse scene di Alzano Lombardo…

Ogni sera i cittadini ci facevano arrivare le pizze ancora belle calde, alcuni di loro hanno comprato una Tac dall’Olanda e ce l’hanno consegnata come se fosse la cosa più normale del mondo… Io dico che no, non lo è per niente…

Soprattutto in un periodo in cui ancora tante, troppe persone rimangono in giro, non capiscono oppure fingono di non capire, mancando di rispetto a chi sta soffrendo, ai figli che non possono salutare per l’ultima volta i propri genitori perché sono in quarantena e non hanno accesso negli ospedali”

“Quanto durerà, quanto durerete?” è stata una delle ultime domande rivolte al Maggiore Rachedi.

“Non ci poniamo queste domande. Sarebbe una mancanza di rispetto ai medici che hanno lavorato dieci, quindici, diciotto giorni di fila senza mai uscire dall’ospedale, dormendo poco e dove capitava… Hanno detto a me e a mio fratello di preparare lo zaino e di partire. Punto. Siamo in prima linea, orgogliosi di esserci. Nessun rimpianto. Quest’anno, avevo fatto richiesta di non viaggiare, due mesi fa è nato mio figlio, e non volevo stare lontano da mia moglie…

Invece, sono ripartito. Lo sforzo più grande, tra noi due, lo sta facendo lei. Da sola con loro. Glielo ripeto ogni sera che ci sentiamo, dopo aver tolto la tuta, che più passano i minuti e più pesa quintali, quasi imprigionandoti, e dopo aver tolto gli occhialini, la mascherina, il triplo strato di guanti, e dopo aver concluso l’ultima telefonata con un familiare…

Telefonate che ti lacerano… Le ricordo tutte, le ricorderò per sempre. Una è stata quella alla moglie di un uomo che aveva cinquant’anni. Padre, anche lui, di tre figli. Ero ad Alzano. Un dottore mi ha detto: “Non riesco più, non riesco, sono troppi… Ti prego, fallo tu”, e mi ha dettato il numero”.

📸 Le Iene / Il Corriere della Sera